UNA SPLENDIDA TENUTA IN TOSCANA

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“Questa terra appartiene alla mia famiglia da oltre mezzo secolo”, mi racconta Silvia, che insieme a suo marito gestisce il Podere San Bartolomeo. “Erano gli anni Cinquanta, quando mio nonno la acquistò. Aveva una vera passione per il vino, quello genuino e sincero, ma non potendo seguire di persona la vigna, all’epoca il raccolto lo gestiva per noi una famiglia di mezzadri. Avevamo vari poderi sparsi per le campagne di Empoli, ma questo era il preferito di mia nonna Attilia, che ha sempre fantasticato di costruirsi una casetta sotto il sorbo. Col tempo, alla vigna si sono aggiunti altri annessi, fra cui una stalla, una cantina e una concimaia. Ed è allora che il Podere San Bartolomeo ha preso vita, animandosi sempre di più”.

LA CASA DELL'INFANZIA

“Quando ero bambina, venivo spesso qui. Si arrivava perlopiù in autunno, per la vendemmia. Si facevano lunghi picnic all’ombra degli olivi, stendendo a terra una coperta e facendo grandi scorpacciate di panini imbottiti. Allora il Podere mi appariva molto austero e spoglio. La casa sorgeva su una collina brulla di massi, non c’era giardino, la nostra auto arrancava in salita e in tutto il comprensorio non c’era un solo angolo di terra in piano. La vita in campagna era all'epoca assai spartana, fatta di sacrifici, di tanto lavoro e dedizione e c’era ben poco tempo da dedicare ai fiori e agli alberi, che non fossero quelli da frutto. Quando poi il nonno donò questa terra a mio padre, io, sebbene avessi appena quindici anni, ho voluto seguire tutti i lavori di ristrutturazione, dentro e fuori casa. Da ragazzina sognavo di diventare architetto, poi ho finito per studiare invece psicologia, ma ho sempre amato le case e questa per me è stata una prima prova, di resistenza soprattutto.”

Eri giovanissima quando iniziarono i lavori…

“Era il 1989. La casa era molto malridotta. Il babbo scrostava muri, abbatteva senza sosta tramezzi e solai. E fu così che scoprimmo, sotto strati e strati di intonaco, una pieve romanica del 1100 d.C. proprio sotto casa. Questa zona è sempre stata chiamata dai locali “la chiesina” e solo allora ne capimmo la ragione. Sabbiando le pietre emerse l’abside, poi un susseguirsi di archi, un’acquasantiera e un offertorio. Neanche a dirlo, a quel punto i lavori cambiarono rotta: il babbo smise di demolire e cominciò un restauro conservativo. Successivamente questa è diventata la nostra casa di villeggiatura. Partivamo ogni anno ad inizio stagione, lasciando l’appartamento di Empoli, per passare qui tutta l’estate, talvolta perfino il Natale. Il Podere ha così fatto da scenario a tutta la mia infanzia. Qui si tenevano le feste di famiglia, i compleanni, e si passava il tempo a sfornare pizze o a risalire il ruscello che costeggia la proprietà, fino ad arrivare a una chiesuola abbandonata e ad un ponte mediceo disperso nel bosco.”

Quand’è che il Podere è poi passato a te?

“Subito dopo il matrimonio, io e mio marito abbiamo iniziato a fantasticare e a mettere su carta nuovi progetti. L’idea era quella di condividere questo posto che ci ha dato tanta gioia con altre persone, farlo diventare un luogo di incontro e di nuove amicizie, sia per noi che per i nostri figli. È con questo spirito che abbiamo intrapreso una nuova ristrutturazione, che ha dato decisamente un volto tutto diverso al Podere. La parte restaurata da mio padre è rimasta invariata ed è tuttora abitata dalla mia famiglia. Io e mio marito, invece, ci siamo occupati degli annessi agricoli, trasformandoli in tre appartamenti che affittiamo agli ospiti. Abbiamo messo insieme le nostre passioni e competenze: io ho sempre amato l’arredamento e il restauro; mentre Carlo, mio marito, se la cava molto bene con la progettazione e con i lavori manuali. All’inizio abbiamo raccolto quante più informazioni possibili. Consultavamo manuali e ci confrontavamo con amici e conoscenti. Abbiamo creato poi una piccola rete di artigiani locali, che hanno contribuito al progetto, partecipando con il nostro stesso amore alla sua realizzazione. Abbiamo aperto finestre per far entrare più luce e studiato una scala che si armonizzasse con il resto. A dire il vero, la scala è stata la nostra personale epopea. Tutte le soluzioni suggerite dai progettisti ci sembravano troppo monumentali e imponenti. Così, alla fine, Carlo l’ha disegnata di sua mano, dandole una sinuosa forma ad “esse”. Oggi sono in tanti ad invidiarcela ed è diventata il nostro vanto.”

Dove avete trovato ispirazione per gli appartamenti del Podere?

Per le cucine, ci siamo ispirati a certe case inglesi di fine Ottocento, i tipici cottage di campagna. In quel periodo seguivamo alcune serie a tema su Netflix, da Downton Abbey a Chiamatemi Anna, e ad ogni scena ero là che mettevo in pausa la riproduzione per rubare qualche idea. Ad ogni modo, siamo partiti da una cucina basica di Ikea – sì, proprio Ikea! – e labbiamo completamente trasformata, dandole un tocco di vissuto. Abbiamo ridipinto le ante, cambiato i pomelli e il piano di lavoro, che ho voluto in cemento, incastonato sotto la finestra a ghigliottina. Insomma, ho fatto impazzire sia mio marito che i carpentieri, perché tutto doveva corrispondere in pieno all’idea che mi ero fatta degli ambienti. Per il resto dell’arredamento, abbiamo speso una sciocchezza, tra negozietti di seconda mano, annunci in Internet, mercatini e non rare incursioni nella soffitta dei miei nonni. Alla fine, dopo aver incerato mobili, verniciato, passato litri e litri di antitarlo, eccola la nostra casa dei sogni! E guardandola, stanza per stanza, ho come l’impressione che sia sempre stata così, che tutto fosse già qui da prima del mio arrivo. Il mio compito è stato solo quello di riaprire la porta del passato.”