IO, I MOBILI DANESI E I CAMION IN RITARDO

Claudio è un estremista del vintage, il suo approccio allo stile nordico è radicale: o danese o nulla. Feticista del pezzo unico, ci racconta di un mestiere che ha creato a sua immagine e somiglianza. Complice la cultura rap…


“C’è un legame strettissimo  strettissimo con l’altra imprescindibile metà di me ovvero la vecchia scuola di quella cosa strana che è la musica/cultura rap la quale, per varie coincidenze/attrazioni, a metà degli anni ’90 ho avuto la fortuna di veder nascere a Roma. Mi ha cresciuto e mi ha traviato nell’approccio alla ricerca di informazioni quando tutto era difficile da reperire, quando dovevi essere sempre al posto giusto nel momento giusto per sapere.

Anche per questo forse quando siamo entrati noi sul mercato con Lack00 Danish Lab ce la siamo vissuta con quella spinta da pionieri, soprattutto per il modo nuovo di farlo e raccontarlo (old school mercatini/new school online), con l’urgenza di rap-presentare questo design con una ben determinata immaginazione (figlia della parte più visionaria dei Beastie Boys).

L’idea che ogni pezzo “può” avere un codice da scoprire/catalogare non ti rende solo Indiana Jones collezionista ma anche ermetico-feticista-storyteller, ti porta ad essere “ghetto-chic” (cit.) all’interno del modernariato quindi di fatto estremista (come i writers): o danese o niente o restaurato perfetto o niente, con l’aggravante di avermi legato ad un collettivo di esoterici-animisti del legno.”

La tua vita prima del Lack00 era diversa. Come sei arrivato a far di questa passione un’impresa a tutto tondo?

“La mia vita era diversa, è vero, ma anche inconsciamente costruita per arrivare a Lack00. Tutto quel che c’è stato di mezzo è la somma che ha fatto il totale: da una laurea nei mercati finanziari mai perseguita, dall’apprendere i segreti di Excell senza usare il mouse nella stanza accanto a quella che fu di Craxi (quel Craxi), allo spiegare in giro per le aule italiane le Oracle Application, fino al dirigere proprio come in Farm Village una casa di riposo sul mare. A livello umano, sono legato poi a quell’estate passata a scaricare bancali di verdura, per poi scoprire che era mio nonno a dare i soldi sottobanco al fruttivendolo. Quella esperienza non mi è però servita a superare le vertigini quando c’è da sbancalare un carico che arriva dalla Danimarca.”

Attraverso questa attività sei riuscito anche a dare alla tua vita un ritmo più sostenibile, come vuole la hygge?


“Assolutamente no! Gestire un sito online è un’esperienza quadrisensoriale. In più, i nostri prodotti sono ingombranti, sono a 2.000km di distanza… e vanno restaurati. Poi c’è il fornitore che chiama proprio mentre sei in fila al supermercato e il telefono non prende, il driver che ti parla in danese e non ha capito se deve caricare o meno un mobile, i camion che arrivano in ritardo alle undici di sera proprio quando hai gente a cena, la gommalacca che non asciuga e l’acquirente che è già in macchina per la consegna… Insomma, un delirio cosmico che anche Tata Matilda farebbe fatica a gestire!

Ma è proprio tutto questo che dà senso al mio tempo. Casa nostra, oltre ad essere molto incasinata, ha un sapore diverso – così dicono. Non abbiamo di certo ricreato la hygge, però viviamo quei rari momenti di quiete famigliare, come una grande lavatrice sempre in movimento. È la quiete sgangherata di una famiglia che va oltre candeline accese e plaid caldi. Qui ci si sveglia prestissimo anche il sabato mattina, chiedendoci: “babbo, oggi che si fa?” Per cui, giusto il tempo di infilarci vecchie stoffe grezze molto poco radical chic, che la lavatrice inizia un altro lavaggio…”

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