ICARIA: L’ISOLA DOVE LA GENTE DIMENTICA DI MORIRE

Delle tante cose che caratterizzano Icaria, c’è da annoverare anzitutto il fatto che raggiungerla non è così agevole. Seppur vi sia un aeroporto, non esistono voli diretti dall’Italia e il passaggio avviene attraverso Atene, con uno scalo di diverse ore di attesa. Ma non è detto che si parta all’ora stabilita o, peggio, che si arrivi. In più occasioni ci è infatti capitato di arrivare a scorgere la costa (era a un passo) per poi virare di nuovo verso Atene: troppo vento. E il vento è di certo un altro degli elementi caratterizzanti di quest’isola. In fin dei conti è qua che – come vuole il mito – si è arrestato il volo di Icaro.

Altro modo per raggiungere l’isola è con la nave che salpa ogni mattina alle 11:00 dal porto nuovo di Mykonos, ed così che decidiamo di muoverci stavolta – l’esperimento di due voli cancellati a febbraio per tornare in Italia ci ha insegnato a fidarci più del mare.

Si dice che la particolarità di ogni luogo sia data, anche, dai suoi abitanti. Ed eccoli, dunque, i longevi icarioti che si affollano davanti al portellone della nave, impazienti di approdare. Se fino a Mykonos, Siro, ci eravamo abituati a veder salire a scendere ragazzotti un po’ sbruffoni e famigliole in tenuta da spiaggia, giunti al porto di Evdilos a riunirsi per la discesa è una nutrita frotta di isolani e pochissimi turisti. E i turisti si riconoscono a colpo d’occhio in mezzo a questa chiassosa e caratteristica rappresentanza di locali. Accanto a noi una energica settantenne (ma qui è difficile definire le età) con un moto di orgoglio declina l’offerta di sorreggersi al braccio d’un mozzo per ridiscendere la rampa di approdo, mentre un uomo dai capelli corti e bianchi si spende in vigorosi abbracci e strette di mano spaccaossa in groppa alla sua vespa strombazzante e stracarica di pacchi tenuti insieme con la corda. Lo spirito combattivo e conviviale dell’isola è ben illustrato da questi esempi.

Ma cos’ha di tanto straordinario quest’isola da persuaderci a visitarla ogni anno? E perché, oltre a noi, vi si recano decine di studiosi per incontrare la popolazione e osservarne le abitudini e lo stile di vita?

Di straordinario c’è che a Icaria la gente vive in media dieci anni in più rispetto al resto d’Europa e in perfetta salute per giunta, senza l’inciampo di malattie cardiache o demenza senile. In più, si stima che un icariota su tre superi di gran lunga i novant’anni e non è raro trovarsi seduti ai tavoli di una locanda accanto a un centenario con la sigaretta sulle labbra e un bicchiere di vino rosso in mano.

Situata all’estremità orientale dell’Egeo e distante una cinquantina di chilometri dalla costa turca, montuosa e selvaggia, Icaria è una delle cosiddette zone blu, ovvero aree caratterizzate da una popolazione con una lunghissima prospettiva di vita, derivante da uno stile di vita sano e a dir poco morigerato.

Sull’isola non trovano terreno fertile i tipici svaghi occidentali. Non c’è che una sola discoteca, ma è difficile stabilire se abbia o meno fortuna. Di certo non è frequentata dai locali, che si affollano altresì nei tanti panighiri (feste in onore del santo patrono) che animano la vita del luogo protraendosi per tutta la notte, fra musica e danze popolari. Se è tradizione greca quella di onorare i santi con feste danzanti, non vi è altro luogo in tutto l’Egeo in cui se ne celebrino così tante. Frequentate da tutte le fasce di età, i panighiri icarioti hanno di particolare che smuovono tutta la popolazione nell’organizzazione: ognuno contribuisce con le proprie competenze, dalla ristorazione alla musica dal vivo (e un brano suonato al violino in un panighiri può durare anche venti minuti). Lo spettacolo è a dir poco coinvolgente, con le donne che aprono le danze (usanza ammessa solo a Icaria) e gli anziani che trascinano in pista i ventenni.

Ma la vita comunitaria non si limita alle feste: qui tutti si aiutano l’un l’altro, gli anziani non vengono lasciati da parte e le famiglie sono numerose e ospitali.

Del resto, qui la solidarietà è coltivata come un’antica tradizione. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’isola visse l’occupazione italiana e tedesca e dopo il conflitto fu terra di esilio per rifugiati comunisti e oppositori politici, che diedero una base ideologica al naturale istinto di condivisione degli icarioti. Una radice ideologica che tuttora sopravvive, considerando che la sinistra ha retto l’isola per più di quarant’anni, convivendo con le istanze anarchiche.

C’è da dire che, ideologia politica a parte, ciò che rende unica questa terra è la totale assenza dello stereotipo occidentale: qui nessuno bada più di tanto a quel che indossa o ostenta ricchezze. Semmai un magnate vi costruisse un centro commerciale, fallirebbe miseramente perché agli icarioti non importa apparire, preferiscono vivere quietamente zappando la terra e condividendo quel che riescono a produrre da sé.
Se una cosa non c’è, è perché nessuno ne avverte il bisogno. Si vive bene anche senza.

Forse per questo il turismo non è così sviluppato come in altre isole della Grecia: i visitatori ci sono, ma gli isolani rifiutano di trasformare il paese in un parco giochi per turisti come è avvenuto nella vicina Mykonos. Qui non esiste menu turistico e le locande sono semplicemente locande frequentate e nate per i locali, aperte anche agli stranieri di passaggio.

È l’autenticità ciò che caratterizza questo luogo e rende lunga e soddisfacente la vita dei suoi abitanti. Un’autenticità praticata come un culto e tramandata con orgoglio di generazione in generazione. A Icaria la vita non soltanto è lunga, ma anche lenta, sostenibile e in definitiva straordinariamente vicina ai naturali ritmi dell’uomo e della terra. Qualcosa che dovremmo tutti assolutamente recuperare. Ovunque ci si trovi.

Icaria è ancora isolata, senza turisti, e questo significa che, sopratutto nei villaggi del Nord, dove sono stati rilevati i più alti tassi di longevità, la vita non è influenzata quasi per nulla dallo stile di vita occidentale.

CHRISTINA CHRYSOCHÒOU
University of Athens